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Blog The Best Trader

Libia nel caos, Piazza Affari riapre alle 15.30 in continua

The Best Trader - News dai mercati

Libia nel caos, Piazza Affari riapre alle 15.30 in continua
La situazione in Libia diventa di minuto in minuto più allarmante e le news che arrivano sui mercati finanziari sono tutt'altro che rassicuranti. 
Il paese appare in preda al Caos: il leader libico Muammar Gheddafi sta utilizzando carri armati, elicotteri e aerei da guerra per soffocare la rivolta che sta dilagando nel Paese.  Il vecchio leader è apparso anche in tv per smentire di avere lasciato il Paese. Fonti commerciali hanno riferito che le operazioni nei porti petroliferi libici sono state interrotte da una mancanza di comunicazioni provocata dalla rivolta in corso nel Paese. Le forniture di gas dalla Libia all'Italia non sono per il momento interrotte ma stanno subendo dei rallentamenti, ha detto oggi il sottosegretario allo Sviluppo economico Stefano Saglia, ma la situazione nel Paese nordafricano è imprevedibile e l'Italia è pronta a utilizzare le sue riserve non commerciali per far fronte ad una eventuale emergenza. 
Nel 2010 la Libia ha fornito all'Italia 9,4 miliardi di mc di gas, pari a circa l'11% dei consumi nazionali.
Mentre Borsa Italiana non da alcuna comunicazione sui perchè della sospensione delle azioni e degli indici dalle 9 di questa mattina ma pochi minuti fa ha fatto fatto questo comunicato: 

Borsa Italiana comunica i nuovi orari della seduta odierna per i mercati MTA, ETF, SeDeX, MOT e IDEM:
Mercato MTA: pre-asta dalle 14:55 alle ore 15:30; negoziazione continua dalle ore 15:30 alle ore 17:25; asta di chiusura dalle 17:25 alle 17:30 (invariato).
Mercato MOT: pre-asta dalle 14:55 alle ore 15:30; negoziazione continua dalle ore 15:30 alle ore 17:30 (invariato).
Mercati ETF e SeDeX: fase di cancellazione ordini: dalle 14:55 alle 15:30; negoziazione continua dalle ore 15:30 alle ore 17:25 (invariato).
Mercato IDEM:
- per i contratti FIB e MiniFIB: intervention before opening dalle 15:10 alle ore 15:15 (consentita la sola cancellazione degli ordini), pre-asta dalle 15:15 alle ore 15:30, negoziazione continua dalle ore 15:30 alle 17:40 (invariato);
- per tutti gli altri strumenti: intervention before opening dalle 15:10 alle ore 15:30 (consentita la sola cancellazione degli ordini), negoziazione continua dalle ore 15:30 alle 17:40 (invariato).

Quindi dalle 15 e 30 la borsa sarà riaperta per una seduta che si prospetta molto nervosa.

Attenzione a Eni e a Unicredit in particolare. Non Vorrei che la sospensione di questa mattina sia stata dettata dalle vendite forzate del fondo di investimento libico che avrebbero causato un crollo epocale per l'indice Ftse Mib. 

...
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Commenti dal Forum
giovedì, 24 febbraio 2011 19:52
Ancor più interessante è vedere genente che spara contro l'America ... e poi si bevono la Coca Cola, mangiano da McDonald's, indossano e usano prodotti delle aziende USA, ecc...

Mi fan ridere... ma gli sparerei io a loro!!!
giovedì, 24 febbraio 2011 19:38
già... tra un po' tutti ad urlare ai milioni di morti perchè lo dice twitter... a costo di sembrare una jena dico solo che l'era dell'informazione a 360° rende così graziosamente manipolabile il villico globale...

una cosa mi aveva fatto riflettere pochi giorni fa.... guardando una foto messa in primo piano dal sito del Sole 24 Ore mi aveva colpito il viso di un ribelle Libico... brizzolato... quindi l'età non era più quella di un ragazzino... la barba era tagliata così bene, alla Cavour, che io non potrei tenerla perchè dovrei dedicarci troppo tempo al mattino... la dentatura era perfetta... sia come allineamento che come cura (urlava e si vedeva chiaramente che non portava segno di carie in un arco molto regolare).... la cosa mi ha fatto pensare perchè nella mia presupponenza di Europeo ho sempre pensato che il volto della ribellione spontanea della povera gente fosse decisamente meno gradevole... i ragazzi che lavorano a magazzino nella ditta dove lavoro io non sono così curati... e neppure io...

eh, eh, eh... ma io penso sempre male...
by genny
giovedì, 24 febbraio 2011 19:21
"balrock" wrote:
FONTE: COMIDAD

Ci sono vari elementi che consiglierebbero di valutare con molta cautela le attuali "notizie" riguardanti la Libia. A differenza dell'Egitto, la Libia non ha masse di disperati urbani, in parte perché il regime ha adottato un sistema paternalistico/assistenziale che evita gravi forme di miseria, ed in parte perché mancano proprio le masse, dato che si sta parlando di un Paese spopolato, in cui anche la cifra ufficiale di quattro milioni di abitanti risulta da stime demografiche piuttosto gonfiate per ciò che concerne le zone desertiche. C'è anche da considerare che i milioni di manifestanti visti al Cairo si avvalevano della benevola neutralità dell'esercito, mentre le poche migliaia (?) di pacifici manifestanti libici, secondo i media si sarebbero trovati addirittura sotto bombardamenti aerei e di razzi: un particolare che risulta alquanto irrealistico, e non perché il regime non sarebbe capace di tanto, ma perché solo una rivolta armata - molto bene armata - potrebbe reggere a lungo ad un tale tipo di trattamento.

Quindi, più che di una rivolta si tratterebbe di un golpe, e con tanto di agganci in settori del regime libico. "Dittatore" è una di quelle parole in grado di mandare completamente in vacanza il senso critico dell'opinione pubblica "occidentale", ed ecco perché la narrazione mediatica di una rivolta popolare spontanea, che però si dimostra capace di occupare un'intera città come Bengasi, non ha suscitato sinora dubbi e perplessità.

[.............]

Un altro "dettaglio" di cui tenere conto riguarda il business del petrolio libico, un business di tale entità da aver comportato mezzo secolo di guerra senza esclusione di colpi tra l'ENI da un parte e le multinazionali anglo-americane dall'altra, in particolare la BP. Persino il colpo di Stato di Gheddafi contro il re Idris, considerato un fantoccio dell'Italia, fu sicuramente favorito dalle multinazionali anglo-americane, anche se in pochi anni l'ENI recuperò in Libia il terreno perduto. Che l'attuale "rivolta" libica possa costituire un ennesimo capitolo di questa guerra del petrolio non è un'ipotesi da scartare, poiché la notizia concreta di queste ore è proprio che l'ENI sta rischiando di perdere la sua principale fonte di petrolio: la Libia, appunto.

Come è stato già ricordato da alcuni in questi giorni, la Libia stessa è un'invenzione del colonialismo italiano. Nel 1911 l'allora Presidente del Consiglio, il liberale Giolitti, dichiarò guerra all'Impero Ottomano per strappargli due province nordafricane, la Tripolitania e la Cirenaica, che furono riunite a forza sotto il nome di "Libia", un termine dalle suggestive reminiscenze imperiali romane. Il fomentare la tensione etnico-tribale tra le diverse popolazioni costituì anche uno degli strumenti di dominio del colonialismo italiano, la cui spietata brutalità è stata ampiamente documentata.

Non si può quindi escludere che la rivalità etnica sia ancora la leva con cui altre potenze coloniali oggi stiano cercando di destabilizzare il regime di Gheddafi, magari prospettando ai vari capi tribali la possibilità di cogestire il business del petrolio con le multinazionali anglo-americane. In tal caso l'afganizzazione della Libia costituirebbe un esito molto probabile, e del resto ogni aggressione coloniale, ed ogni resistenza ad essa, implicano inevitabilmente anche fenomeni di guerra civile. La cosiddetta "superpotenza" statunitense ha sempre mostrato limiti molto evidenti, ma il suo vero e duraturo punto di forza è dato dal costituire un punto di riferimento ed un alleato per i gruppi reazionari ed affaristici di tutto il mondo.

[.............]

Fonte]




analisi interessante....... ok3.gif
giovedì, 24 febbraio 2011 18:16
FONTE: COMIDAD
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Ci sono vari elementi che consiglierebbero di valutare con molta cautela le attuali "notizie" riguardanti la Libia. A differenza dell'Egitto, la Libia non ha masse di disperati urbani, in parte perché il regime ha adottato un sistema paternalistico/assistenziale che evita gravi forme di miseria, ed in parte perché mancano proprio le masse, dato che si sta parlando di un Paese spopolato, in cui anche la cifra ufficiale di quattro milioni di abitanti risulta da stime demografiche piuttosto gonfiate per ciò che concerne le zone desertiche. C'è anche da considerare che i milioni di manifestanti visti al Cairo si avvalevano della benevola neutralità dell'esercito, mentre le poche migliaia (?) di pacifici manifestanti libici, secondo i media si sarebbero trovati addirittura sotto bombardamenti aerei e di razzi: un particolare che risulta alquanto irrealistico, e non perché il regime non sarebbe capace di tanto, ma perché solo una rivolta armata - molto bene armata - potrebbe reggere a lungo ad un tale tipo di trattamento.

Quindi, più che di una rivolta si tratterebbe di un golpe, e con tanto di agganci in settori del regime libico. "Dittatore" è una di quelle parole in grado di mandare completamente in vacanza il senso critico dell'opinione pubblica "occidentale", ed ecco perché la narrazione mediatica di una rivolta popolare spontanea, che però si dimostra capace di occupare un'intera città come Bengasi, non ha suscitato sinora dubbi e perplessità.

Durante il natale del 1989 i media ci narrarono una "rivolta" rumena contro il dittatore Ceausescu con ventimila morti, ma poi si rivelò tutto falso, ovviamente a distanza di mesi, quando la notizia aveva perso centralità.

Un altro "dettaglio" di cui tenere conto riguarda il business del petrolio libico, un business di tale entità da aver comportato mezzo secolo di guerra senza esclusione di colpi tra l'ENI da un parte e le multinazionali anglo-americane dall'altra, in particolare la BP. Persino il colpo di Stato di Gheddafi contro il re Idris, considerato un fantoccio dell'Italia, fu sicuramente favorito dalle multinazionali anglo-americane, anche se in pochi anni l'ENI recuperò in Libia il terreno perduto. Che l'attuale "rivolta" libica possa costituire un ennesimo capitolo di questa guerra del petrolio non è un'ipotesi da scartare, poiché la notizia concreta di queste ore è proprio che l'ENI sta rischiando di perdere la sua principale fonte di petrolio: la Libia, appunto.

Come è stato già ricordato da alcuni in questi giorni, la Libia stessa è un'invenzione del colonialismo italiano. Nel 1911 l'allora Presidente del Consiglio, il liberale Giolitti, dichiarò guerra all'Impero Ottomano per strappargli due province nordafricane, la Tripolitania e la Cirenaica, che furono riunite a forza sotto il nome di "Libia", un termine dalle suggestive reminiscenze imperiali romane. Il fomentare la tensione etnico-tribale tra le diverse popolazioni costituì anche uno degli strumenti di dominio del colonialismo italiano, la cui spietata brutalità è stata ampiamente documentata.

Non si può quindi escludere che la rivalità etnica sia ancora la leva con cui altre potenze coloniali oggi stiano cercando di destabilizzare il regime di Gheddafi, magari prospettando ai vari capi tribali la possibilità di cogestire il business del petrolio con le multinazionali anglo-americane. In tal caso l'afganizzazione della Libia costituirebbe un esito molto probabile, e del resto ogni aggressione coloniale, ed ogni resistenza ad essa, implicano inevitabilmente anche fenomeni di guerra civile. La cosiddetta "superpotenza" statunitense ha sempre mostrato limiti molto evidenti, ma il suo vero e duraturo punto di forza è dato dal costituire un punto di riferimento ed un alleato per i gruppi reazionari ed affaristici di tutto il mondo. In questo periodo i media tendono anche a sopravvalutare l'effetto della destabilizzazione libica sui flussi migratori verso l'Italia.

Le barche cariche di immigrati non costituiscono però il canale principale del traffico della migrazione clandestina, in quanto rappresentano soltanto un atroce diversivo per distogliere l'attenzione dalle vere porte d'ingresso di questo traffico, che sono le banchine dei porti sotto il controllo militare statunitense. Nel porto di Napoli, ad esempio, la U.S. Navy controlla ormai più della metà delle banchine, gestite nel più assoluto segreto militare; tutto ciò per gentile concessione del governo D'Alema nel 1999. Gheddafi ha accettato di enfatizzare il suo ruolo di poliziotto anti-immigrazione perché costituiva un modo per vantare pubblicamente benemerenze nei confronti dell'Italia e della Unione Europea, ma bisogna separare le esagerazioni della propaganda dalle effettive dimensioni di quel ruolo. Le basi militari americane, da sempre, non svolgono soltanto una funzione militare, ma soprattutto di controllo dei traffici illegali, a cominciare dal traffico di eroina dall'Afghanistan.

Un elemento fisso di disturbo della comunicazione di questi giorni è costituito dal luogo comune della "amicizia", del rapporto personale condito di baciamano, fra Berlusconi e Gheddafi; perciò è divenuto uno scontato oggetto di polemica il lungo silenzio tenuto dal governo italiano circa la repressione che starebbe avvenendo in Libia. In realtà, per tutto ciò che riguarda l'energia, è l'ENI, e soltanto l'ENI, il detentore esclusivo e storico di ogni iniziativa della politica estera italiana. Anche i colossi UniCredit, Impregilo e Finmeccanica, per i loro affari in Libia, si sono agganciati alla cordata dell'ENI.

L'effettiva capacità di Berlusconi di sostenere il suo presunto asse preferenziale con Gheddafi si è potuta verificare a Bruxelles, quando il non-ministro degli Esteri Frattini si è accodato supinamente ad una posizione di condanna verso il regime libico, ispirata per di più da un Paese in palese situazione di conflitto di interessi come la Gran Bretagna, che nella vicenda ha sposato ovviamente le tesi della sua multinazionale del petrolio, cioè la ex British Petroleum, oggi Beyond Petroleum. Frattini e lo stesso Berlusconi si sono poi fatti ripetitori delle notizie di agenzia circa le repressioni che avverrebbero in Libia, nonostante che le testimonianze degli Italiani sfollati non le confermino affatto.

Dalle "rivelazioni" di Wikileaks è uscita l'immagine di un Berlusconi debole, nel ruolo passivo di yesman nei confronti degli Stati Uniti, pur di meritarsi pacche sulle spalle nei summit internazionali. Le mezze verità rischiano però di veicolare menzogne intere, e cioè l'idea che gli Stati Uniti si limitino ad approfittare della inconsistenza umana e politica di Berlusconi, mentre invece la chiave del colonialismo è proprio quella di creare nei Paesi colonizzati delle leadership deboli ed iper-corrotte.

Il problema non riguarda solo la ricattabilità di Berlusconi, ma i ricatti paralizzanti a cui vengono sottoposti i suoi avversari, sempre timidi ed esitanti nei momenti decisivi. Persino "Il Fatto Quotidiano" oggi fa finta di dimenticarsi di aver denunciato per tre anni che la vera stampella del governo Berlusconi è stato in effetti il Presidente della Repubblica, e lo stesso quotidiano risulta ora allineato all'opera di santificazione mediatica di Napolitano, omettendo la storia dei suoi ambigui rapporti con gli USA già dall'epoca in cui militava nel Partito Comunista Italiano.

In questi decenni l'ENI ha usato la sua potenza finanziaria per imporre i propri affari ai governi di turno lasciando loro la vetrina mediatica, una vetrina di cui Berlusconi ha abusato più di tutti perché costituiva l'unico modo per mascherare la sua pochezza. Ma la politica dell'ENI da tempo sta mostrando la corda, poiché risulta evidente che un governo fantoccio di servitù coloniale agli USA non soltanto non può difendere gli affari dell'ente in questi momenti di crisi acuta, ma addirittura costituisce un nemico in più.

Fonte: http://www.comidad.org
Link: http://www.comidad.org/dblog/articolo.asp?articolo=402
24.02.2011
mercoledì, 23 febbraio 2011 21:30
Berlusconi telefona a Gheddafi
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Sta assumendo dimensioni spaventose il massacro in corso in Libia, dove testimoni parlano di mille morti nella furia che il regime ha scatenato contro la rivolta bombardando i manifestanti a Tripoli. Gheddafi è comparso in tv minacciando una repressione ben peggiore. Telefonata di Berlusconi al leader libico. Il premier ha smentito al colonnello la possibilità che l'Italia abbia fornito armi o razzi ai manifestanti a Bengasi.

La situazione in tempo reale

Ferma metà produzione petrolio
Almeno la metà della produzione di petrolio in Libia è sospesa. Lo riporta il Financial Times citando alcuni esperi di settore. Le tensioni in Libia hanno messo le ali al petrolio, con il Brent salito a 110 dollari al barile per la prima volta dal 2008 e il Wti a un passo dai 100 dollari al barile.

Gheddafi: "Bombardate i pozzi"
Il colonnello Muhammar Gheddafi ha pianificato di bombardare i pozzi di petrolio, ma il pilota si è rifiutato di eseguire l'ordine. Lo afferma il capo della brigata di sicurezza di Tobruk, che si e' unito ai manifestanti, secondo quanto riferisce la televisione satellitare Al Arabiya.


Ambasciata Libia a Londra cambia bandiera
Come a Roma anche a Londra sull'ambasciata libica sventola la bandiera della Libia pre-Gheddafi. La bandiera della Jamayiria è stata ammainata da un manifestante che ha dato la scalata all'edificio della missione a Knighstbridge e il suo gesto è stato applaudito dalla folla sottostante.

Su aereo respinto anche figlia di Gheddafi
C'era anche Aisha Gheddafi, la figlia del leader libico, a bordo dell'ATR42 della Lybian Arab Airlines che ha tentato di atterrare a Malta senza autorizzazione. Le autorità dell'isola hanno respinto la richiesta del pilota e il velivolo ha invertito la rotta. A Malta sono da due giorni due Mirage dell'aeronautica libica i cui piloti, due colonnelli, che hanno disertato per non obbedire all'ordine di aprire il fuoco sui manifestanti.

Oltre 2000 morti solo a Bengasi
Un medico francese, Gerard Buffet, attivo per un anno e mezzo al Bengasi Medical Center, appena rientrato da Bengasi, nell'Est della Libia, ha detto che gli scontri nella seconda città libica hanno causato "oltre 2.000 morti".

Ambasciata Libia a Roma cambia bandiera
Alcuni manifestanti scavalcando le transenne si sono staccati dalla protesta organizzata davanti all'ambasciata libica, hanno scavalcato il cancello della sede diplomatica e hanno sostituito la bandiera della Libia istituita da Muhammar Gheddafi nel 1969 con il vessillo rosso, nero e verde della Libia governata dai Senussi prima dell'arrivo del colonnello. Intorno tra i manifestanti si sono levate grida di gioia e alcuni di loro hanno bruciato a terra la bandiera verde della Libia.

Giornalisti senza visto "complici di Al Qaeda"
Il viceministro libico degli Esteri, Khaled Kaim, ha affermato che i giornalisti entrati illegalmente in Libia saranno considerati come "collaboratori di Al Qaeda" e "come dei fuorilegge". "E se non si presenteranno alle autorità saranno arrestati", ha detto il viceministro.

Commissario Onu: "Inchiesta per crimini contro l'umanità"
"C'è bisogno immediato di un'inchiesta indipendente per crimini contro l'umanità in Libia". Lo ha detto l'alto commissario per i Diritti umani dell'Onu, Navi Pillay, a Bruxelles dopo un incontro con il presidente della Commissione europea, Jose Manuel Barroso. La commissaria ha specificato che "serve un mandato intergovernativo" e ha annunciato per venerdì a Ginevra una riunione straordinaria del Consiglio Onu per i Diritti umani sulla Libia.

Al Arabiya: 10mila morti e 50mila feriti in Libia
Ci sono almeno 10mila morti e 50mila feriti in Libia, secondo quanto scrive Al Arabiya su Twitter, citando un membro della Corte penale internazionale. Intanto si apprende che Al Qaeda ha costituito un emirato islamico a Derna, nell'Est del Paese, come ha riferito il viceministro degli Esteri libico, Khaled Kam, incontrando i diplomatici europei.

Ue: "Per ora non c'è crisi umanitaria"
"Per il momento non siamo davanti ad una crisi umanitaria". Lo ha detto Raphael Brigandi, portavoce di Kristalina Georgieva, commissaria europea per la Cooperazione internazionale, gli aiuti umanitari, parlando della crisi libica. La Ue, ha spiegato Brigandi, è in "in contatto con organizzazioni locali", in particolare la Mezzaluna Rossa libica, "che per ora riescono a reagire in modo idoneo".

Caccia precipita per ammutinamento piloti
Un caccia libico Sukhoi 22, di fabbricazione russa, è precipitato a Ovest della città di Adjabiya. Lo riferisce il sito del quotidiano libico "Quryna", ritenuto vicino a Seifulislam Gheddafi. Il velivolo era decollato da Tripoli con l'obiettivo di bombardare Bengasi. Ma, come conferma un colonnello dell'aviazione, "i due piloti, Abdel Salam Atiya al-Abdali e Ali Omar Gheddafi, si sono rifiutati di eseguire l'ordine di bombardare Bengasi e hanno fatto precipitare il velivolo dopo essersi lanciati con il paracadute".

Ambasciatore: "Non confermo bombardamenti Tripoli"
"Non posso confermare che ci siano stati bombardamenti o azioni di questo genere a Tripoli perché ce ne saremmo accorti. Ritengo che i titoli dei giornali siano stati perlomeno esagerati". Lo ha dichiarato l'ambasciatore italiano a Tripoli, Vincenzo Schioppa. Libano ha respinto aereo famiglia Gheddafi
Il Libano si è rifiutato di accogliere un aereo privato con a bordo parte famiglia Gheddafi. Lo ha riferito un dirigente dei servizi di sicurezza libanesi. "L'aeroporto di Beirut ha ricevuto nella notte fra domenica e lunedì una richiesta delle autorità libiche per accogliere un aereo di proprietà della famiglia Gheddafi, con a bordo diverse persone fra cui Aline Skaff, la moglie di Hannibal Gheddafi, che è di origine libanese". Ma "il Libano ha respinto la richiesta", ha aggiunto la fonte chiedendo l'anonimato.

Clandestini, commissario Ue: "Smistamento Ue su base volontaria"
Non è compreso nelle norme europee un "meccanismo di redistribuzione" tra gli Stati membri degli immigrati che chiedono asilo. Per questo "la solidarietà tra gli Stati è solo su base volontaria". La precisazione arriva da Michele Cercone, portavoce di Cecilia Malmstrom, commissario agli Affari interni, dopo che fonti diplomatiche avevano escluso l'ipotesi di uno "smistamento" degli extracomunitari in arrivo in Italia dal Nord Africa.

Situazione caotica aeroporto Tripoli
Il comandante di volo maltese, Philip Apap Bologna, di ritorno dalla capitale libica dopo aver imbarcato alcuni compatrioti, afferma: "La situazione è caotica e dei passeggeri si battono per salire sugli aerei. La confusione regna sovrana, perché le forze di sicurezza libanesi non lasciano entrare nel terminal la gente che non dispone di un biglietto aereo", dice Bologna. "Ci hanno ordinato di non scendere dal velivolo, ma io sono andato nel terminal, per appurare se ci fossero dei maltesi".

Gb, Cameron: "Conseguenze se continua violenza"
Parlando con un gruppo di studenti della Qatar University, il premier britannico, David Cameron, ha minacciato la Libia di "conseguenze" se il regime continuerà a usare i "livelli di disgustosa violenza" contro il suo popolo. Cameron ha paragonato la situazione attuale a quella che ha provocato l'intervento internazionale in Serbia e Kosovo: "Abbiamo il dovere di proteggere la gente".

Ex ministro dell'Interno: "Gheddafi scampato ad attentato"
Muammar Gheddafi sarebbe scampato di recente a un attentato tesogli da un suo fedelissimo: a rivelarlo è stato l'ex ministro dell'Interno, il generale Abdul Fatah Yunis, che si è dimesso per unirsi alla rivolta. In un'intervista all'emittente Al Arabiya, il militare ha raccontato che l'agguato è avvenuto durante un raduno politico: un collaboratore avrebbe sparato contro il colonnello, mancandolo e colpendo invece un altro presente.

Video mostra fosse comuni sulla spiaggia
Un video amatoriale girato ieri a Tripoli e diffuso da "Onedayonearth" mostra quelle che sembrano essere delle fosse comuni: decine e decine di fosse scavate, allineate, alcune già coperte con del cemento. Il video sarebbe stato girato sulla spiaggia antistante il lungomare della capitale libica e mostra molti uomini al lavoro, in quello che appare come un grande cimitero.

Berlusconi: "Cessino violenze, ma attenti al dopo"
"Per tutta la notte siamo stati in contatto con i leader europei e americani per monitorare la situazione in Libia e in altri paesi del nord Africa. Quello che è importante è che non ci siano violenze ma dobbiamo anche essere attenti a quello che accadrà dopo quando saranno cambiati questi regimi con cui noi trattiamo e che sono per noi importanti per la fornitura di energia". Lo ha detto intervenendo agli Stati generali di Roma il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi.

Alcune unità dell'esercito dalla parte degli insorti
Le unità dell'esercito libico dispiegate nella provincia di Jabal al-Akhdar, in Cirenaica, si schierano al fianco della rivolta popolare. Lo hanno annunciato gli ufficiali del Comando del Monte al-Akhdar su "Facebook". "Le nostre forze armate - è scritto sul social network - sono a disposizione del popolo e lavoreranno per il mantenimento dell'ordine". Gli ufficiali hanno inoltre invitato "tutti gli uomini delle forze armate a unirsi alle loro unità".

Frattini: "Rischio che arrivino 350mila persone in UE"
Una delle conseguenze più gravi della crisi libica è che una grande massa di migranti, dalle 200mila alle 350mila persone tentino "di raggiungere per mare i porti dell'Unione europea". Lo ha detto il ministro degli Esteri, Franco Frattini, nel suo intervento in Aula alla Camera.

Frattini: "Mai venduto razzi a rivoltosi Cirenaica"
"Abbiamo ascoltato accuse di una retorica che pensavamo fosse ormai abbandonata, come quella di aver fornito razzi ai rivoltosi della Cirenaica. L'Italia non produce quei razzi né li ha mai venduti in quella regione. Quelle frasi sono false dalla prima all'ultima parola". Lo ha detto il ministro degli Esteri, Franco Frattini, intervenendo alla Camera.

Frattini: "Italia sia unita"
''Dinnanzi a una situazione così complessa, delicata e potenzialmente drammatica'' che si sta creando in Libia e nel Mediterraneo ''l'unità del Paese è necessaria''. Lo ha detto il ministro degli Esteri, Franco Frattini, in aula alla Camera.

Frattini: "C'è limite a politica continuità"
Nei rapporti con la Libia l'Italia ha fatto in passato ''quel che doveva fare'', e oggi ''facciamo quello che dobbiamo fare'': ''C'è infatti un limite e di fronte a quello che sta accadendo non possiamo non levare la nostra voce''. Lo ha detto il ministro degli Esteri, Franco Frattini, sottolineando che la politica estera italiana verso ''un Paese che occupa una posizione strategica nel Mediterraneo ha seguito una linea di continuità dagli inizi degli anni '90, con i governi Dini, D'Alema, Prodi e Berlusconi''.

Frattini: "Gheddafi cessi bagno di sangue"
Il governo italiano, insieme all'Ue e all'Onu chiede che cessi immediatamente ''l'orribile spargimento di sangue'' che ''la leadership Gheddafi ha annunciato e sta continuando a fare''. E' quanto ha sottolineato il ministro degli Esteri, Franco Frattini.

Cittadini Usa evacuati da Tripoli
E' in corso l'evacuazione via mare di un centinaio di cittadini americani da Tripoli.

Frattini: "Più di mille morti è verosimile"
Sono "verosimilmente più di mille le persone innocenti" morte in Libia nelle manifestazioni di questi giorni. Lo ha detto il ministro degli Esteri, Franco Frattini. Il capo della Farnesina ha aggiunto che la Cirenaica non è più sotto il controllo di Gheddafi.

L'Onu condanna le violenze
Il Consiglio di Sicurezza dell'Onu ha approvato all'unanimità una dichiarazione in cui si "condannano le violenze" degli ultimi giorni in Libia e si "deplora la repressione" avviata dal governo di Muammar Gheddafi.

Navi dovevano cannoneggiare Bengasi
Due navi militari libiche avevano ricevuto l'ordine di "bombardare Bengasi dal mare" ma hanno disertato e si trovano ora al largo di Malta. Lo hanno riferito fonti militari maltesi citate dall'emittente araba Al Jazeera. Una delle navi ha 200 marinai a bordo. Mentre sulla seconda nave i marinai sono stati visti gettare armi in mare.

Berlusconi a Gheddafi: "No razzi a ribelli"
Il premier Silvio Berlusconi ha smentito seccamente al leader libico Gheddafi la possibilità che l'Italia abbia fornito armi o razzi ai manifestanti a Bengasi. Secondo quanto si apprende, nel corso della telefonata, durata una ventina di minuti e avvenuta dopo le dichiarazioni di Gheddafi, Berlusconi ha parlato con il leader libico della situazione in Libia, ribadendo la necessità di una soluzione pacifica all'insegna della moderazione per scongiurare il rischio di degenerazione in una guerra civile.

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