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I conti con il nucleare facciamoli prima
Scritto da Opentime Lunedì 14 Marzo 2011 01:17
Notizie & Mercati - News & Macroeconomia
Centrali nucleari, centrali a gas o ad energie rinnovabili.
I conti "anche" economici conviene farli prima di avviare progetti che si concluderanno fra 20-30 anni e che secondo la maggior parte delle indagini demoscopiche vedono ancora la maggior parte della popolazione contraria ad un ritorno al nucleare in Italia.
Consumo italiano di energia: 320-330 terawattore
-di cui comprata all'estero da stati che hanno il nucleare: 45 tw circa (14%)
-di cui prodotta con il gas: 140 tw circa (50-55% di quella prodotta in casa)
Fabbisogno stimato per il 2020-2030: +75 tw
Aumento produzione necessario per coprire l'aumento del fabbisogno e raggiungere l'autosufficienza: 120 tw (45 +75)
Con il progetto South Stream e l’apertura dei gasdotti già in corso d'opera, si produrranno almeno altri 140 tw, quindi ne avremo già da vendere così se si considera che aumenterà anche la produzione tramite le fonti rinnovabili e in realtà ci sono in progetto anche altri gasdotti (quelli di Algeria, Turchia e Grecia). Tra l'altro trovo straordinario il progetto geotermico con il vulcano Marsili: http://www.tradingnostop.com/forum/viewtopic.php/f,20/t,1309/#p27255
Già solo così parrebbe che delle centrali nucleari potremmo farne a meno, che, ricordo, si pensa di costruirne 8 per produrre circa 100tw e che la prima sarà pronta nel 2020 l'ultima nel 2030 stime del governo.
Ci potremmo allora chiedere se produrre con il nucleare costi davvero meno che con il gas, da dati del 2003 parrebbe di sì, ma da dati del 2008/2010, non più, anzi, parrebbe costi dal 15% a 20% in più! (costo dell'elettricità da centrali nucleari è mediamente di 72,8 Euro/MWh, più elevato rispetto ai 61 Euro/MWh delle centrali a gas (meno 16%) ) e poi andrebbero aggiunti i costi per fare e smantellare le centrali a fine ciclo, a parte le scorie...
Ma tanto per iniziare si possono confrontare le cifre previste dal governo per avviare i due progetti:
- 50 miliardi nel nucleare per produrre 100 tw,
- 20 miliardi per il South Stream per produrre 140 tw
Se poi vogliamo divertirci, si potrebbe dire che è una tecnologia su cui la gran parte dei paesi più sviluppati non punta più (il progetto nucleare in Italia pare sia molto sponsorizzato da Sarkozy per trovare lavoro da fare all'industria nucleare francese in calo di nuove commesse...) e vedere i costi di smaltimento delle centrali...
Cito da educambiente.tv:
"La centrale Yankee Rowe (Massachussets), chiusa nel 1991, fu costruita nel 1960 a un costo, in dollari 1993, di 186 milioni; lo smantellamento completo prevede (non è stato ancora completamente terminato) una spesa di 370 milioni di dollari, quasi il doppio di quanto speso per costruirla. La sua durata è stata quindi di 31 anni."
Poi c'è tutto il discorso della dipendenza dall'uranio che ovviamente compreremmo dall'estero tanto quanto il gas e delle scorte che sembrano esaurirsi almeno quanto quelle del petrolio.
L'unica pecca forse è lo sbilanciamento eccessivo verso il gas, ma avremo gasdotti da svariate fonti.
Per finire, vorrei far notare che in base al grafico riportato all'inizio dell'articolo, il 19,5% delle produzione italiana di energia è già dato dalle rinnovabili! Il grafico è preso da un sito pro-nucleare basato su dati OCSE/IEA, quindi non dovrebbe certo essere di parte...!!
Non lo avrei mai detto ;-)
Forza, piccola Italia!
--
Fonti:
http://www.forumnucleare.it/index.php/i-temi/le-anomalie-italiane
http://titano.sede.enea.it/Stampa/skin2col.php?page=eneaperdettagliofigli&id=127
http://mondoelettrico.blogspot.com/2010/11/lenergia-nucleare-piu-cara-di-gas-e.html
http://www.ecoage.it/energia-nucleare-costi.htm
http://www.ecologiae.com/gas-nucleare-italia-troppo/29636/
http://www.educambiente.tv/nucleare.html
Viaggio nella centrale che muore
Anni e tanti soldi per smantellarla
Viaggio nella centrale che muore Anni e tanti soldi per smantellarla
Ci vorranno almeno tre lustri prima che l'operazione di smontaggio della "Enrico Fermi", iniziata un quarto di secolo fa, venga completata. Al lavoro una squadra di esperti: gli stessi che l'hanno costruita. Dentro ci sono ancora 47 barre di carburante. La visita è come un viaggio nel tempo: misure di sicurezza attentissime e storie di un'altra cultura industriale
TRINO VERCELLESE - La centrale addormentata non fa paura a nessuno. Ma, lo stesso, per entrarci dentro devi ottenere un permesso speciale, superare controlli e barriere, mentre molte zone, come la piscina che ancora contiene 47 barre di combustibile, non possono essere fotografate. La "Enrico Fermi" di Trino Vercellese, un impianto piccolo ma efficiente, un fiore all'occhiello della breve e ormai lontana stagione nucleare italiana, è sdraiata tra le risaie, sulle rive del Po. Dentro, cinquanta persone continuano a lavorare in un'atmosfera vagamente surreale, nell'attesa che dopo anni e anni di ordini e contrordini qualcuno dica loro, definitivamente, che cosa fare. La strada è tracciata: occorre far partire per Le Hague, in Normandia, le ultime barre, circa un quarto del totale che serviva a far funzionare la centrale, poi smontare il reattore, ormai "freddo" e privo di radioattività, dopo averlo sommerso d'acqua. Per farlo, servono grandi robot manovrati dall'esterno, macchine che nessuno ha mai progettato perché negli anni Cinquanta e Sessanta, quando sono nate queste centrali, nessuno ci aveva pensato e la "soluzione finale" che si immaginava dopo il loro pensionamento era una tomba di cemento armato.
GUARDA IL VIDEO
Davide Galli e i suoi colleghi, uomini e (poche) donne super-qualificati, fisici e medici, ingegneri e tecnici, amano questa centrale. La amano perché ha sempre funzionato bene, mai un problema serio, mai una contestazione violenta (e del resto quasi tutti i dipendenti, oggi passati alla Sogin, arrivano dai paesini qui intorno), mai uno sciopero. E non è difficile cogliere un filo, ma proprio un filo di dispiacere ora che si tratta di cancellarla. Entrare nella centrale è come fare un viaggio nel passato, quando l'Italia stava uscendo dal dopoguerra e dalla povertà e ci si cominciava a chiedere con quale energia alimentare il boom economico. Così, i doppi portelloni di sicurezza dipinti di bianco che immettono nell'enorme "torre" di acciaio dove dorme il rettore si aprono ancora a mano, ci vogliono due uomini, prima l'uno poi l'altro, a portata di voce e di segnale. E l'addetto che, da solo alla consolle, sorveglia l'enorme sala controllo anch'essa spenta sembra uscito da un'immagine del realismo sovietico, nel grande stanzone rivestito di formica verdina con le lancette e i quadranti che ancora si illuminano e risuonano (ma solo a comando, per stupire i visitatori).
Il reattore pesa 250 tonnellate, soltanto smontarlo costerà 50 milioni di euro, dicono le previsioni. Ma, dopo aver deciso per due volte a distanza di quasi 25 anni che non volevano il nucleare, o almeno non in casa loro, gli italiani si sono, comprensibilmente, disinteressati del dopo e del come. Resta naturalmente, e qui nel Vercellese è particolarmente attiva, una pattuglia di ambientalisti che non si stanca di lanciare l'allarme: "Non è vero che il combustibile, una volta vetrificato, non è più radioattivo. Il deposito nazionale? Non si farà mai, dunque le scorie torneranno nei siti di origine". Gli uomini della Sogin sono più tranquilli: "Quando la Francia ci restituirà le nostre scorie, non prima del 2020-2025, il loro volume sarà ridotto al 5 per cento di quello attuale. Noi stiamo smantellando come quando si trasloca da una casa, e alla fine la lasceremo vuota, con una valigia ben chiusa dentro uno sgabuzzino. La valigia se ne andrà quando il deposito nazionale sarà stato allestito".
Intanto a Trino si continua a vivere e a lavorare. Guanti, camici, cuffie e sovrascarpe continuano a andare e venire da spogliatoi "caldi" e "freddi" e da speciali procedure di lavaggio, nel rispetto scrupoloso (e probabilmente inutile, perché la radioattività qui è poca e ben custodita) delle regole che prevengono ogni più piccola fuga di radiazioni. Chi lavora qui ha il suo dosimetro personale, custodito in una casella. Quando entra nella zona controllata lo porta con sé, quando ne esce verifica se la lancetta si è spostata, poi firma un registro. E, prima di andarsene, deve comunque passare attraverso un detector di radiazioni che lo esamina da ogni parte: la barra si apre soltanto quando la voce sintetica ha finito di contare. Per affetto, e anche un po' per orgoglio, i tecnici di Trino stanno "salvando" i pezzi più belli, precorrendo quello che, forse, diventerà un nuovo filone dell'archeologia industriale: all'esterno, sul prato, una turbina campeggia come un monumento, mentre si discute che cosa fare con l'unico cask (il cilindro di acciaio destinato ai trasporti delle barre) mai prodotto in Italia.
Dentro la centrale ormai semivuota ci si sposta in bicicletta, come in una fabbrica che sta per chiudere. Eppure non mancano poche settimane, e neppure pochi mesi, ma dieci o quindici anni prima che la centrale delle risaie scompaia davvero. Alla fine resterà solo il guscio, e qualcuno dovrà decidere se abbatterlo o riconvertirlo. E, solo dopo, il "prato verde", come i tecnici chiamano la restituzione dei siti. Quasi ottant'anni di lavoro, di denaro e di sforzi per un'esperienza che, a Trino come nel resto d'Italia, è durata poco più di venti.
12 luglio 2011
Fonte: Link
Per dodici volte all'anno, lungo le ferrovie del Piemonte, viaggiano i treni carichi di scorie nucleari dirette a Le Hague, in Francia. Portano i materiali dello smantellamento della centrale di Trino Vercellese. Viaggiano col buio e la popolazione, in genere, non viene avvertita. La cosa ha suscitato la protesta degli ambientalisti e dei ferrovieri francesi che ritengono questi viaggi pericolosi. Questa inchiesta racconta come l'ultimo di questi treni è stato sospeso e come viene smantellata la centrale di Trino
Fonte: Link
Quelle scorie tra la Dora e il Po
Ma la Sogin vuole un altro sito
Quelle scorie tra la Dora e il Po Ma la Sogin vuole un altro sito
Il D1 di Saluggia non è sufficiente ed è in posizione piuttosto rischiosa. Eppure, da tempo, si cerca di costruirne un altro più grande negli stessi luoghi
VERCELLI - Non basta il deposito (D1) di Saluggia intitolato al grande chimico Avogadro. La soluzione istituzionale per stoccare i pericolosi rifiuti nucleari non è quella di "solidificarli e portarli in un luogo meno pazzesco", come auspica Legambiente, ma di costruire un altro deposito, il D2, più grande e, più o meno, nello stesso luogo del D1: stretto tra la Dora Baltea, che è il più grande affluente del Po, il canale Cavour, che irriga le risaie del Vercellese, e il canale Farini, che alimenta a sua volta il canale Cavour. "Il livello dell'acqua - racconta Giampiero Godio, di Legambiente - è più alto del livello degli impianti: posto più infelice non poteva essere trovato". Infatti durante le alluvioni del '93-'94 e del 2000 l'impianto è stato danneggiato. "Ci si chiede perché quarant'anni fa per il deposito Avogadro fu fatta questa scelta. Io non conosco le ragioni ma oggi quella localizzazione incide ancora sul nuovo D2".
Il luogo di destinazione del nuovo deposito era stato dichiarato nel 2005 dalla Regione Piemonte area non edificabile. Per ottenere l'autorizzazione la Sogin ricorse a due ordinanze dell'allora commissario per la sicurezza nazionale Carlo Jean: lo stesso Jean, generale in pensione, che era stato già presidente della Sogin e che, con poteri speciali, poteva decidere in materia di nucleare in deroga alle leggi. Così il Comune di Saluggia ha autorizzato la costruzione di questo grande deposito, il D2, che ospiterà i rifiuti una volta solidificati. Ma il cantiere non è partito nel periodo fissato a termini di legge. La Sogin ha chiesto una proroga, puntualmente concessa dall'architetto comunale Antonello Ravetto.
Intanto la Sogin, nell'ottobre 2008, ha dato vita al bando per l'appalto della costruzione del deposito D2. Mancava ancora l'ok definitivo del ministero dello Sviluppo economico ma si conoscevano già l'importo (12 milioni di euro circa), la durata dell'appalto (635 giorni) e la scadenza di partecipazione alla gara (17 novembre 2008). Il 4 giugno 2010, 19 mesi dopo la scadenza, il bando viene dichiarato deserto. Così si pubblica un nuovo bando, pressoché identico al precedente (pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale Europea), salvo che per alcune variazioni: 15,7 milioni di euro in 560 giorni. Dopo un anno e mezzo dalla scadenza, 3,7 milioni di euro in più per costruire un deposito.
12 luglio 2011
Fonte: Fonte
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